STORIA DEI VENETI /3 - Completamento della cristianizzazione (sec. IV-VII)
Dopo la fine delle persecuzioni, il cristianesimo si afferma e il paganesimo scompare. Crolla l'Impero Romano d'Occidente e le invasioni barbariche mettono alla prova la fede dei Veneti

DalIVal VII secolo
Abbiamo visto che il IV secolo segnò la svolta per il cristianesimo, dal punto di vista politico, dapprima con l’Editto di Costantino (313) e infine con l’Editto di Tessalonica (380) e i Decreti Teodosiani (391-392). Nel mezzo ci fu il fondamentale Concilio di Nicea (325) che fece ordine delle tante deviazioni dalla fede apostolica che erano sorte fra il II e il III secolo, arrivando alla definizione della Professione di Fede. Questa venne completata nel Concilio di Costantinopoli (381), dando vita al cosiddetto Simbolo niceno-costantinopolitano che ancor oggi viene recitato nella santa messa ed è comunemente conosciuto come il Credo, cioè la preghiera che nella celebrazione segue la lettura del Vangelo e l’omelia del sacerdote. Può essere di grande profitto per i Veneti sapere che nel IV secolo fu composto – forse dal monaco, storico e teologo Rufino di Aquileia, o Tirannio Rufino - anche il Credo di Aquileia, perfettamente allineato dal punto di vista teologico a quello universale composto nello stesso periodo e che mi piace proporre ai lettori in questo momento:
«Credo in Dio Padre onnipotente,
invisibile e impassibile;
e in Gesù Cristo unico Figlio suo nostro Signore
che è nato per opera dello Spirito Santo
da Maria Vergine,
fu crocifisso sotto Ponzio Pilato e sepolto,
discese negli inferi, il terzo giorno è risorto,
è asceso al cielo, siede alla destra del Padre:
di lì verrà a giudicare i vivi e i morti;
e nello Spirito Santo,
la santa Chiesa,
la remissione dei peccati,
la risurrezione di questa carne.
Al di fuori di questa fede, che è comune a Roma,
Alessandria e Aquileia,
e che si professa anche a Gerusalemme,
altra non ho avuto, non ho e non ne avrò
in nome di Cristo. Amen»
Credo sia motivo di fierezza, per i cristiani veneti, avere nella propria Tradizione di Chiesa patriarcale (solo Venezia, erede di Aquileia, per san Marco e Lisbona per san Giacomo vantano l’origine patriarcale in Europa) una preghiera di tale valore teologico e storico. Ma proseguiamo.
La breve parentesi di ritorno al paganesimo tentata dall’imperatore Giuliano (361–363), detto per questo motivo l’Apostata, non influenzò granché il processo di normalizzazione e di conversione verso il cristianesimo dei Veneti che già avevano sul territorio della X Regio ben tre diocesi: il Patriarcato di Aquileia, Padova (le due apostoliche) e Verona, sorta a metà del III secolo con sant’Euprepio come primo vescovo e che vide rifulgere la stella di san Zeno, suo ottavo vescovo, nella seconda metà del IV secolo. V’erano inoltre molte comunità cristiane locali in rapida diffusione, in una terra che era stata già irrigata dal sangue dei martiri (i martiri di Aquileia e santa Giustina da Padova sono i più noti, ma le fonti storiche testimoniano di centinaia di uccisioni in odium fidei soprattutto nel III secolo) e si sa da Tertulliano che il sangue dei martiri è il seme dei Cristiani. Il paganesimo era al tramonto per esaurimento di senso e rimaneva una pratica sempre più marginale, legata più al tradizionalismo di alcuni notabili che all’interesse del popolo, ormai completamente orientato verso la vera fede che rendeva tutti figli dell’unico Dio e redenti nel Battesimo grazie a Cristo.
Così il V secolo, quello che vide l’implosione della parte occidentale dell’Impero Romano, fu anche il secolo del radicamento definitivo del cristianesimo nelle terre venete, e non solo. In questo secolo tutte le città videro sorgere chiese e battisteri, spesso in luogo di antichi templi pagani ormai caduti in disuso o in rovina. Il disastro del crollo istituzionale seguito alla deposizione di Romolo Augusto da parte di Odoacre nel 476 ci ha privato di molte fonti documentali, per cui è difficile affermare con certezza che già nel V secolo fossero sorte altre diocesi, benché sia verosimile. Ma le vicende del VI e del VII secolo che ora descriveremo, fondamentali per completare la Storia della cristianizzazione dei Veneti, ci fanno desumere che ci fossero perlomeno delle comunità ecclesiastiche già ben strutturate, poiché all’epoca dello Scisma dei Tre Capitoli (553) troviamo documenti che citano vescovi insediati a Vicenza, a Oderzo (da cui l’episcopato si trasferirà in epoca longobarda a Ceneda, oggi Vittorio Veneto), a Treviso, a Feltre e a Belluno.
Dunque siamo allo Scisma dei Tre Capitoli, snodo essenziale di cui tratteremo brevemente l’aspetto teologico ed ecclesiastico, dando rilievo maggiore ai risvolti storici e politici per i Veneti e la loro evoluzione. Prima dobbiamo solo colmare brevemente il periodo che va dal 476 al 553 e bastano poche parole, mentre nel prossimo capitolo saremo più dettagliati: negli anni del regno di Teodorico (493-526), che pure era ariano, i Veneti si mantennero nella fede cattolica e anche da questo si potrebbe desumere che l’organizzazione territoriale non si dovesse limitare alle sole 3 diocesi già note; negli anni successivi alla morte di Teodorico vi furono le Guerre Gotiche, con la temporanea riconquista voluta dall’Imperatore Romano d’Oriente, Giustiniano, dei territori imperiali, e nulla cambiò sotto l’aspetto della fede che, anzi, si consolidò molto in questo periodo difficile di guerre e povertà. Nella Storia della Chiesa c’erano già stati il Concilio di Efeso (431) e quello di Calcedonia (451) a codificare nero su bianco altri aspetti fondamentali della fede, tra cui la definizione di Maria come “Madre di Dio” (Theotokos) e non solo “Madre di Cristo”, e le verità di fede ribadite dai Concìli furono apprezzate dai Veneti che le avevano da sempre credute e considerate profondamente proprie. Nel 553 l’Imperatore Giustiniano convocò un nuovo Concilio, di nuovo a Costantinopoli, nel quale voleva accontentare la fazione monofisita (mono + physis = una natura) cui aderiva la moglie Teodora, fazione non ancora sopita un secolo dopo le decisioni di Calcedonia – dove si affermò il dogma della presenza nell’unica persona del Cristo di due nature, umana e divina - e avvenne il patatrac! Ovvero lo Scisma dei Tre Capitoli che ora affrontiamo.
Con l’intenzione di intervenire sulle questioni della fede, Giustiniano indirizzò il Concilio in modo da far condannare le tesi di tre teologi del passato (Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Cirro e Iba di Edessa) che erano già state analizzate nel Concilio di Calcedonia del 451. La condanna, espressa in 3 capitoli (da cui il nome dato allo scisma), rendeva ambigua la dottrina rispetto alla nettezza delle decisioni calcedoniane e la chiesa di Aquileia con tutte le diocesi suffraganee venete che ad essa facevano capo, assieme a quella di Milano e ad altre della regione alpina, rifiutò fermamente il dispositivo del Secondo Concilio Costantinopolitano, accettato anche da papa Vigilio non senza tentennamenti. La situazione fu di scisma conclamato e per 15 anni non vi furono cambiamenti, ovvero fino al 568 che è l’anno dell’invasione dei Longobardi che dall’Europa entrarono attraverso le Alpi orientali per dilagare nella Venetia e poi in Italia. I Longobardi erano ariani e questa cosa ebbe un peso politico notevole per le questioni ecclesiastiche, se è vero che già dal 570 molte delle diocesi scismatiche tornarono in comunione con Roma.
Non fu così per la chiesa veneta che rimase ferma sulle posizioni di Calcedonia e non ammise alcun cedimento, soprattutto sulle questioni relative alla maternità divina di Maria e della duplice natura – divina e umana in unione ipostatica, senza confusione, né sovrapposizione – della persona del Cristo, vero Dio e vero uomo.
Anche quando il vescovo di Aquileia - la città era caduta sotto il regno longobardo – Paolino I trasferì la sede della Chiesa di Aquileia e le reliquie nella città di Grado (l'Aquileia Nova), rimasta sotto il controllo bizantino, la sua Chiesa rimase di fede tricapitolina e autocefala; Paolino fu nominato dai suoi suffraganei Patriarca per sottolineare questa autonomia da Roma.
Dopo la sua morte e quella del patriarca Probino, il sinodo di Aquileia-Grado elesse nel 571 Elia, anch'egli tricapitolino, a vescovo e patriarca. Nel 579 papa Pelagio II concesse al patriarca Elia la dignità metropolitana sulla Venetia e sull'Istria, per avvicinare la composizione dello scisma. La cosa non gli riuscì, anzi Elia convocò nello stesso anno un sinodo a Grado, in occasione della solenne consacrazione della basilica patriarcale di Sant’Eufemia (intitolazione che richiamava polemicamente la martire onorata a Calcedonia, nella cui basilica si era celebrato il IV Concilio ecumenico); a Grado fu allora trasferito definitivamente il patriarcato.
Nel sinodo di Grado venne ribadita la fede inconcussa al Concilio di Calcedonia del 451 e ai tre precedenti concili ecumenici, in coerenza con le decisioni prese a suo tempo dal precedente patriarca Paolino nel 557. Dai nomi dei vescovi presenti si osserva che essi rappresentavano tutte le regioni che facevano capo alla Chiesa di Aquileia: la Retia seconda, il Norico, la Pannonia, oltre che il Friuli, l'Istria e le Venezie.
Questa Chiesa rimaneva decisamente scismatica tricapitolina e rigorosamente calcedoniana: manteneva il Credo niceno-costantinopolitano, non professava alcuna eresia cristologica (anzi era decisamente anti-monofisita e anti-monotelita) e venerava Maria "madre di Dio" a differenza dei Nestoriani. Essa non riconosceva più l'autorità del papa e anche negli anni seguenti contestò vigorosamente, fino alla rottura, l'atteggiamento che riteneva ondivago del papato nella questione dei tre teologi condannati, in quanto, secondo essa, non contrastava adeguatamente l'ingerenza del potere dell'imperatore bizantino nelle questioni dottrinarie.
Morto Elia, nel 586 venne eletto il patriarca Severo. Due anni dopo fu arrestato insieme a tre vescovi suffraganei, portato a Ravenna dall'Esarca bizantino Smaragdo e costretto a sottomettersi all'autorità della Santa Sede. Quando, un anno più tardi, Severo e gli altri rientrarono a Grado, trovarono grande ostilità nel popolo e negli altri vescovi suffraganei, che non vollero riceverli finché non avessero ritrattato l'abiura, dimostrando che i Veneti avevano una fede matura, radicata, consapevole e fervente.
Severo perciò indisse nel 590 un altro sinodo a Marano, i cui atti andarono perduti, ma è importante la fonte di Paolo Diacono (il più importante storico longobardo) che riporta i nomi dei vescovi intervenuti
- Pietro II di Altino
- Chiarissimo Elia di Concordia
- Ingenuino di Sabiona nella Retia Seconda
- Agnello di Trento
- Juniore di Verona
- Oronzio di Vicenza
- Rustico di Treviso
- Fonteio di Fektre
- Agnello di Asolo
- Lorenzo di Belluno
- Massenzio di Giulio Carnico
- Andriano di Pola
- Severo di Trieste
- Giovanni di Parenzo
- Patrizio di Emona (odierna Lubiana)
- Vindemio di Cissa (in Istria, città scomparsa nei pressi di Rovigno)
- Giovanni di Celeia (odierna Celje, Slovenia).
Al sinodo di Marano il patriarca Severo dichiarò che l'abiura ai Tre Capitoli, a Ravenna, gli era stata estorta con la forza e che intendeva perseverare nella posizione tricapitolina in separazione da Roma. Nel 606, alla morte di Severo, l'Esarca bizantino Smaragdo impose come suo successore Candidiano, in comunione con il papa e con l'imperatore. I vescovi delle città longobarde, incoraggiati dal popolo dei fedeli, si riunirono tra loro ed elessero invece Giovanni. Questi dichiarò la propria fedeltà ai Tre capitoli e al duca del Friuli Gisulfo II: quindi tutte le diocesi in territorio longobardo rimasero scismatiche. Si ebbero due patriarchi (Candidiano a Grado, Giovanni ad Aquileia), per uno scisma che durò centocinquant'anni.
Questa situazione permise ai Longobardi di instaurarsi nei territori veneti in una situazione particolare: essi erano ariani, mentre la maggioranza veneta da loro sottomessa era di fede cattolica, seppur in posizione di scisma da Roma. Questo, dal punto di vista politico teneva i territori veneti autonomi sia dal papato che dall’Impero d’Oriente nelle questioni di fede e permise una convivenza pacifica che portò, in capo a due generazioni, all’assimilazione dei Longobardi nella fede e nei costumi veneti, ai quali portarono anche importanti contributi, come si vedrà nel prossimo capitolo. Lo scisma fu perciò provvidenziale per la conservazione della fede, per l’assimilazione dei Longobardi che si “venetizzarono”, per lo sviluppo di una mentalità cristiana indipendente che fu la cifra anche della Repubblica Serenissima, che prese le mosse nel 697 proprio alla fine dello scisma (698), per una coincidenza temporale che ha dell’incredibile. Proprio durante l’occupazione longobarda, peraltro, aumentarono gli insediamenti in Laguna e fu costruita già nel VI secolo anche la prima chiesa, a Torcello, dedicata significativamente a Santa Maria Assunta (il dogma verrà proclamato solo da Pio XII addirittura nel 1950, ultimo dogma finora definito, ma come tutti i dogmi è patrimonio della Chiesa fin dal tempo della comunità apostolica).
I fatti che condussero alla completa conclusione dello scisma non furono il frutto di sintesi teologiche o dottrinali, ma furono determinati dalle lotte di potere tra i clan longobardi. Nella definitiva battaglia di Coronate (oggi Cornate d’Adda), avvenuta nel 689, il re Cuniperto, in comunione col papa, sbaragliò il duca Alachis, ariano, che capeggiava un fronte d'insorti della Venetia, tra i quali c'erano anche molti aderenti allo scisma tricapitolino. Con la vittoria di Coronate, la componente in comunione con Roma si impose definitivamente non solo sui Longobardi, che si professavano ariani, ma anche sui dissidenti, che ancora restavano fedeli allo scisma dei Tre Capitoli.
Il consolidamento anche nella Venetia, dopo che nel resto dell'Europa, di un cristianesimo saldamente unito alla sede romana fu propiziato dall'opera missionaria dell'abate irlandese san Colombano, fondatore nel 614 dell'abbazia di Bobbio, territorio donatogli dai sovrani longobardi Agilulfo e Teodolinda; Colombano riprese il simbolo del trifoglio, già utilizzato anche da san Patrizio, per descrivere la Trinità, unico dio in tre persone Padre-Figlio-Spirito Santo, ma anche per contribuire al dialogo fra i territori extra-bizantini ed il papato di Gregorio I Magno (590-604) e successori. I frati di Colombano assunsero la regola benedettina e la diffusero anche nella Venetia, dove i loro conventi divennero centri di civilizzazione e di carità che contribuirono a ricostruire un tessuto civile dopo il crollo seguito alla fine dell’età imperiale, alle ripetute razzie barbariche e alle guerre gotiche. Si può ben dire che il cristianesimo veneto ha ricevuto un’impronta benedettina determinante nella civiltà agricola che perdurò, nell’entroterra veneto, fino a metà del XX secolo, scandita dalla Liturgia delle Ore, segnata dalle campane, dal lavoro dei campi e dal motto “Ora et Labora” (Prega e Lavora).
Nel 698 Cuniperto convocò un sinodo a Pavia, presieduto dal vescovo Damiano di Pavia, in cui i vescovi uniti a Roma e i vescovi tricapitolini, tra cui Pietro I, Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia" la loro comunione dottrinaria e gerarchica. Come a dire: vi sottomettete, però avevate ragione voi nella questione relativa alla fede. I Veneti seppero quindi resistere anche al papa quando questi aveva preso la strada della deviazione teologica, come accadrà anche in periodo repubblicano mille anni dopo, e come potrebbe dover succedere ancora oggi, o in un prossimo futuro. Ne saremo capaci?
FINE SECONDO CAPITOLO
NEL PROSSIMO CAPITOLO -
La fine dell’età antica e l’età delle invasioni barbariche. Il regno dei Longobardi. Nascita di Venezia e del Sacro Romano Impero: biforcazione della Storia dei Veneti.