STORIA DEI VENETI /18 - La "Cattività italiana" (1866-1946)
Dopo la cessione dei territori della Repubblica Veneta dall'Austria al Regno d'Italia vi fu un drammatico peggioramento delle condizioni di vita che causò fame, povertà, emigrazione, fino a portare perfino la guerra con il fronte in casa dei veneti. E poi il fascismo e un'altra guerra dagli esiti drammatici.

Con l’annessione all’Italia iniziò per il popolo veneto un periodo che non è ancora terminato e che, per analogia biblica con quella babilonese del popolo ebraico, potremmo definire come la “cattività italiana”. Un periodo per ora diviso in due parti quasi uguali, quella del Regno d’Italia al quale fu annesso e quella della Repubblica Italiana della quale è invece parte costituente per via delle vicende del 1946 che ora vedremo.
Il periodo di dominazione dei territori veneti da parte del Regno d’Italia durò 77 anni fino al settembre 1943, più altri tre fra l’occupazione fascista nell’effimera a Repubblica di Salò, fino alla sua sconfitta definitiva, e la successiva transizione sotto il controllo dell’autorità angloamericana tra l’aprile 1945 e il giugno 1946. In tutto poco meno di 80 anni.
Questa epoca può venire divisa in 4 parti: la lunga grande depressione con la prima grande emigrazione di massa; la sanguinosa Grande Guerra (Prima Guerra Mondiale) combattuta sul fronte posto proprio sui territori veneti, con i suoi strascichi post bellici; il ventennio fascista; la Seconda Guerra Mondiale fino alla transizione repubblicana.
Il primo periodo (1866 – 1914) fu contrassegnato dall’impoverimento delle campagne per colpa della tassazione del nuovo Stato occupante che impose tributi esosi in rapporto alla capacità contributiva della popolazione rurale. Ciò determinò l’insorgere di malattie da denutrizione, come la pellagra e la scabbia, che mai si erano viste prima, come mai si era visto il fenomeno dell’emigrazione che interessò centinaia di migliaia di veneti diretti verso il nord Europa e, soprattutto, verso i cosiddetti “nuovi mondi” delle due Americhe o dell’Australia. La regione della Venetia (Veneto + Friuli) fu la più colpita del Regno d’Italia dal fenomeno dell’emigrazione forzata da cause economiche, a riprova del pesante impatto negativo che l’annessione ebbe come conseguenza su queste terre. D’altra parte, la situazione sociopolitica determinata dal Non expedit di Pio IX che esortava i cattolici a non partecipare alla vita politica di uno Stato anticlericale e di impronta massonica come si presentava il neocostituito Regno d’Italia, provvedimento confermato dai successori per via della Questione Romana sorta con la fine dello Stato Pontificio, impattò molto su un popolo molto cattolico come quello veneto che rimase pertanto ai margini delle istituzioni, quasi come una vera e propria colonia annessa 5 anni dopo la nascita dello Stato e mai integrata veramente. Un po’ meglio andarono le cose nelle città, in rapporto col resto del Regno d’Italia, ma anche il settore industriale non crebbe e poche furono anche le infrastrutture realizzate in quel periodo che portò l’Europa verso il sanguinosissimo primo conflitto mondiale.
Il periodo della Grande Guerra (1915 – 1918) costò ai veneti un pesantissimo tributo di sangue, ancor maggiore di quello costato a tutto il Regno d’Italia per il semplice fatto che la linea del fronte fu essenzialmente sui fiumi e sui monti veneti: Isonzo, Piave, Grappa, Pasubio, Ortigara, sono la toponomastica che caratterizza quel conflitto e gli ossari testimoniano, con le lapidi, la preponderanza di cognomi veneti tra i tantissimi caduti di ogni provenienza. Alla strage delle armi si aggiunse il flagello della fame, nel 1917, che fu seguito dall’ulteriore strage causata dall’arrivo della cosiddetta “influenza spagnola” la quale, abbattutasi su genti ormai stremate, mieté all’inizio del 1918 più vittime dello stesso intero conflitto che terminò nel novembre del 1918. Gli anni del Primo Dopoguerra furono penosi per le gravi mancanze dello Stato, incapace di assistere i mutilati e i danneggiati psichici dalla guerra, nonché di ristorare vedove e orfani, e inevitabilmente montarono tensioni sociali sulla scia della Rivoluzione Comunista di Russia del 1917 che sfociarono – più in città che in provincia, bisogna dire - nel “biennio rosso”, cui per reazione seguì il “biennio nero” che portò in dote la presa del potere in Italia da parte di Mussolini e del Fascismo, con la Marcia su Roma dell’ottobre 1922.
Così i veneti, dopo l’annessione all’Italia, si trovarono a passare in sequenza dal precedente relativo benessere alla povertà e all’emigrazione, quindi all’inferno della guerra e, da ultimo, a essere soggetti perfino alla dittatura di un regime dall’ideologia radicalmente atea, statalista, anticlericale, permeata di una retorica basata sulla Storia antica dei Romani, in tutto assolutamente aliena al sentimento comune della civiltà veneta che, non a caso, nei primi anni del Dopoguerra aveva avuto alcuni rigurgiti indipendentisti, testimoniati in Parlamento a Roma dal deputato Luigi Luzzatti che parlò del rischio che emergesse una “Irlanda veneta” in analogia col contemporaneo movimento indipendentista irlandese capeggiato da Michael Collins e Eamon de Valera.
Con l’avvento della dittatura ogni opposizione politica fu sopita o schiacciata e nei primi 10 anni la popolazione vide migliorare le proprie condizioni materiali: furono realizzate opere come bonifiche agrarie, scuole, ferrovie, fognature, acquedotti, strade, piani di ricostruzione urbana, addirittura fu firmato il Concordato con la Santa Sede del 1929 che diede risoluzione alla Questione Romana dopo ben 59 anni e fece anche mutare, opportunisticamente e per ragioni di propaganda, la retorica al Duce che, da mangiapreti socialista inveterato, cominciò a usare slogan occhieggianti al mondo cattolico, che rappresentava pur sempre la maggioranza della popolazione: “Dio, Patria e Famiglia” sono infatti 3 dei 4 pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa e diventarono uno degli slogan più noti del Regime, tanto che per ignoranza c’è chi crede ancora oggi che siano un distintivo della Destra nazionalista, oppure che essere cattolici fedeli a quei princìpi tradizionali significhi essere nazionalisti di Destra e viceversa. Il quarto pilastro è la Proprietà Privata che, naturalmente, non poteva trovare la stessa accoglienza nell’ideologia statalista del Partito Nazionale Fascista, orientato semmai agli espropri per finanziare le sue manie di grandezza che lo porteranno infine al disastro bellico in alleanza con la Germania nazista, le cui conseguenze perdurano tuttora, come vedremo in seguito.
Nel 1939 scoppiò la guerra mondiale, in seguito all’invasione della Polonia del 1° settembre compiuta dai tedeschi, ma l’Italia procrastinò l’ingresso nel conflitto fino al giugno 1940 quando, con la Francia ormai caduta (il 14 giugno Hitler entrò a Parigi in trionfo), il 10 giugno Mussolini disse che serviva “un pugno di morti da gettare sul tavolo delle trattative” e annunciò dalla finestra di Palazzo Venezia, storica ex sede diplomatica in Roma della Repubblica Serenissima Veneta, che “l’ora segnata dal destino è giunta” e che c’era “un solo imperativo: vincere! E vinceremo!”. Se la tragedia successiva non fosse stata di proporzioni incommensurabili ci sarebbe da ridere, ma c’è solo da piangere. Anche per il luogo da cui fu pronunciato quel disgraziatissimo discorso, un tempo sede della più raffinata diplomazia e qui degradato a pulpito per un proclama irresponsabile e funesto.
L’ultimo periodo sotto il Regno d’Italia fu quello bellico, con le sorti che ben presto girarono in senso contrario alle apparenze che determinarono l’ingresso in guerra del giugno 1940, e si orientarono verso quella disfatta che causò la caduta e l’arresto di Mussolini nel luglio 1943, la resa dell’Italia a inizio settembre 1943 dopo lo sbarco degli americani in Sicilia avvenuto proprio a inizio luglio, e la successiva fuga del Duce grazie ai tedeschi che lo liberarono dalla prigionia al Gran Sasso per metterlo al potere nello Stato fantoccio della Repubblica di Salò. In questo breve periodo Mussolini regolò le faccende sommariamente con chi lo aveva fatto decadere, facendo processare e fucilare a Verona perfino il genero Galeazzo Ciano, incontrò Adolf Hitler un’ultima volta a Feltre, infine capitolò nell’aprile del 1945 e fu catturato mentre cercava di fuggire in Svizzera, processato sommariamente a sua volta e fucilato sul posto a Dongo il 28 aprile 1945. Per un anno l’Italia fu un Paese di profughi in attesa di conoscere il proprio destino che fu deciso dagli americani, i quali vollero far tenere un referendum per la scelta della nuova forma di Stato per un’Italia che mantenesse quasi gli stessi confini di prima della guerra e che doveva far vincere la scelta di una Repubblica al posto del compromesso Regno. Purtroppo tra le terre perdute ci fu soprattutto l’Istria, terra di lingua e tradizione veneta da un millennio, che fu assegnata alla Jugoslavia comunista di Tito anche in seguito alle violenze della pulizia etnica inflitta agli istroveneti, a decine di migliaia deportati o, peggio, fucilati e gettati nelle foibe, le profonde insenature carsiche tipiche di quel territorio.
Con il referendum del 2 giugno 1946 anche i veneti furono chiamati a scegliere tra Repubblica e Regno, ma soprattutto a eleggere l’Assemblea Costituente che fino alla fine del 1947, in regime provvisorio e con gli occupanti angloamericani ancora sul territorio, lavorò alla stesura della Costituzione che entrò in vigore il 1° gennaio 1948, dando vita alla Repubblica Italiana nella quale era previsto di istituire due regioni distinte sui territori veneti: il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, una a statuto ordinario e l’altra a statuto speciale. Divide et impera, e le truppe americane sono ancora di stanza nei territori veneti nel 2023, senza la minima intenzione di andarsene.
(nell'immagine, il sacrario del Monte Grappa dove giacciono i resti di tanti soldati della Prima Guerra mondiale)
