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Venetorum Angulus 24-03-2023

STORIA DEI VENETI /17 - Dalla padella austriaca alla brace italiana

In questo capitolo viene fatta luce sul periodo di 51 anni intercorsi dall'annessione all'Austria, sancita definitivamente dal Congresso di Vienna alla cessione all'Italia, sancita dai trattati di pace per la guerra austro-prussiana nel mese di ottobre del 1866.

 

 

La bufera napoleonica terminò con la definitiva sconfitta dei francesi a Waterloo e con l’esilio di Napoleone nella sperduta isola di Sant’Elena, in mezzo all’oceano Atlantico. Per restaurare l’ordine distrutto dalla Rivoluzione e dalle orde napoleoniche fu indetto il Congresso di Vienna dove le grandi potenze europee definirono i loro rapporti di forza e le rispettive sfere d’influenza. Il padrone di casa, il grande uomo di Stato Klemens von Metternich, fece la parte del leone e assicurò l’influenza degli Asburgo su tutta la penisola italica tramite regnanti che erano parenti della casa reale d’Austria collocati in tutti i troni locali, con il papato storicamente legato alla corona imperiale e, infine, con i territori veneti finalmente sottomessi dopo tanti secoli di indipendenza mai scalfita e inseriti del bicefalo Regno Lombardo-Veneto, dove alla componente lombarda con Milano capoluogo furono assegnate anche le terre di Bergamo e Brescia che fino al 1797 erano state terre della Serenissima, mentre alla componente veneta con capoluogo Venezia rimasero i rimanenti possedimenti dello Stato da Tera, cioè le attuali sette province della Regione Veneto e il Friuli come ottava componente territoriale.

Il periodo che va dal Congresso di Vienna del 1815 all'annessione del Veneto al Regno d'Italia nel 1866 fu caratterizzato dal controllo dell'Austria, che ne mantenne il dominio fino al 1866. Durante questo periodo, a fronte di un efficiente apparato amministrativo, facilitato nel suo lavoro dall’abitudine alla vita ordinata dei veneti ereditata dai lunghi secoli di pace veneziana, il Veneto subì una forte repressione politica e culturale da parte delle autorità austriache che cercavano di impedire la nuova diffusione di idee rivoluzionarie. Nel frattempo comunque, nel corso del XIX secolo, il Veneto visse importanti trasformazioni economiche e sociali, grazie allo sviluppo dell'industria – soprattutto tessile – dell’artigianato e all'espansione del commercio. In questo periodo, i territori veneti furono anche luogo di vivacità culturale e fermenti ideali, proliferati soprattutto attorno alla città di Padova e alla sua antica università, che contribuirono alla diffusione di ideali di libertà e indipendenza.

Nonostante lo sviluppo economico e sociale permesso dalla pace seguita alle guerre napoleoniche, il Veneto fu pertanto inquieto sotto la dominazione austriaca e divenne teatro di numerosi episodi di ribellione e resistenza, soprattutto negli anni Venti del secolo e, più sporadicamente, negli anni Trenta, segnali di un malcontento verso l’occupazione straniera che teneva vivo il desiderio di tornare alla perduta indipendenza e che culminarono nella rivolta del marzo 1848, quando i veneti si sollevarono contro l'Austria per proclamare l'indipendenza della loro patria e la nascita eventuale di una confederazione con gli altri stati italiani, come si ragionava di fare negli ambienti intellettuali più importanti proprio negli anni Quaranta, quando con l’elezione al Soglio Petrino di Pio IX (1846) si arrivò a pensare a un’unione doganale delle varie statualità italiche sotto l’autorità morale del pontefice romano - che all’epoca era anche capo dello Stato Pontificio esteso in tutto il centro Italia, Toscana esclusa - a cui sarebbe stata conferita l’eventuale presidenza.

La rivolta, guidata da Daniele Manin con Niccolò Tommaseo e inserita nel quadro delle rivolte europee del 1848, portò alla proclamazione della Seconda Repubblica Veneta, denominata stavolta “Repubblica di San Marco” proprio per segnare nel nome sia la continuità storica che la discontinuità politica rispetto alla defunta Serenissima. Purtroppo la Repubblica si trovò diplomaticamente isolata, poiché nessuna potenza europea aveva interesse a veder rinascere uno Stato indipendente repubblicano che era stato una spina nel fianco delle monarchie e un freno perpetuo ai loro sogni egemonici nel quadrante dell’Adriatico e del Mediterraneo sud orientale, nonché un potentissimo rivale economico. Pertanto l’insurrezione venne repressa già entro l’estate dalle organizzate e preponderanti truppe austriache, mentre solo la capitale Venezia resistette orgogliosamente fino al 22 agosto del 1849 quando, stremata dalla fame e dal colera, dovette issare bandiera bianca sul Ponte di Rialto e tornare, con tutto il resto del Veneto, sotto il controllo austriaco fino alla fine del dominio asburgico in Italia che si consumò a causa della guerra tra Austria e Prussia. Con quest’ultima si alleò il neonato Regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1861, per aprire un fronte meridionale nel conflitto e trarre vantaggio dall’eventuale sconfitta asburgica. Questo fronte bellico fu teatro delle vicende che la storiografia italica denomina “Terza Guerra d’Indipendenza”, ma vide in realtà i veneti combattere dalla parte austriaca e vincere contro le truppe italiane tanto per terra (Peschiera, Custoza) quanto per mare (battaglia navale di Lissa). Tuttavia sul fronte settentrionale, a Sadowa in Boemia, l’esercito prussiano sbaragliò quello austriaco e costrinse gli Asburgo a una resa piena che portò anche a dover cedere, nonostante i successi campali e navali sul fronte meridionale, i territori veneti al Regno d’Italia. Date le circostanze militari e per una questione d’onore, gli Asburgo pretesero e ottennero però di cedere i loro possedimenti a Napoleone III, capo di Stato di Francia in posizione di mediatore – benché alleato ai Savoia da tempo – affinché fosse poi lui a cederli a uno Stato come quello italiano che nulla aveva fatto militarmente per meritare tale conquista, avendo subito ripetute sconfitte. I Savoia arrivarono a lamentarsi per non aver ottenuto subito anche Trento e Trieste, tanto che Napoleone III pronunciò la famosa frase: “Curiosa gente, questi italiani: hanno subito una serie di disfatte e hanno ottenuto tutti i territori veneti, ma non contenti pretendevano anche Trieste e Trento. Con un altro paio di sconfitte devastanti sarebbero arrivati probabilmente a chiedermi anche Parigi”.

Come è noto, i territori veneti furono ceduti già ai primi di Ottobre del 1866 e in Gazzetta Ufficiale la ratifica fu pubblicata il 19 Ottobre, mentre per una procedura formale si tenne un plebiscito farsesco nei giorni 21 e 22 per legittimare col voto popolare una decisione già presa e ufficializzata. Le modalità di svolgimento del “plebiscito truffa” furono talmente ridicole che non vale la pena di sprecare tempo a soffermarsi su particolari come la presenza di Carabinieri italiani nei seggi e di urne che non garantivano la segretezza del voto, a scopo intimidatorio. Sta di fatto che i territori veneti caddero dalla padella austriaca alla brace italiana e dovettero ben presto fare i conti con la nuova, durissima realtà che vedremo nel prossimo capitolo.

 

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