MASSONERIA /23 - La condanna perpetua della Chiesa
La Chiesa Cattolica punisce con la scomunica immediata chiunque aderisca alla Massoneria e tale condanna è stata ribadita più volte nel corso dei secoli.

Alla luce di tutto quanto finora esaminato, dovrebbe risultare alquanto evidente il motivo per cui l’appartenenza alla Massoneria sia del tutto incompatibile con la comunione nel Corpo Mistico di Cristo che è la Chiesa Cattolica Apostolica. Infatti il diritto canonico prevede la scomunica latae sententiae, cioè automatica senza bisogno di pronuncia (ipso facto) della gerarchia ecclesiastica, per chi si macchia della grave colpa di aderire a una loggia della altrimenti detta Libera Muratoria.
Tale gravissima pena fu comminata la prima volta nel 1738 e in seguito sempre ribadita, fino all’ultima pronuncia ufficiale durante il papato di Giovanni Paolo II nel 1983. In tutto, sono oltre 500 i documenti ufficiali di condanna della Massoneria, con diverso grado d’importanza gerarchica, emanati dalla Chiesa in questi tre secoli, a riprova di una consapevolezza dell’argomento diffusa a tutti i livelli e a tutte le latitudini; noi, per il nostro studio, ci limitiamo a commentare le principali pronunce papali e a contestualizzarle sia storicamente che dottrinalmente.
Come detto, la prima condanna ufficiale avvenne ad opera di Clemente XII nel 1738, non appena si venne in possesso delle Costituzioni di Anderson che avevano avuto in quell’anno la seconda edizione, dopo la prima del 1723. Da questo documento e da opportune indagini di approfondimento si comprese subito la natura della Massoneria come comunità spirituale alternativa alla Chiesa, il suo carattere di segretezza potenzialmente eversivo dell’ordine naturale della comunità cristiana, oltre alla sua impostazione di stampo sincretistico in tema di religione. In ragione di ciò, papa Clemente XII emanò l’enciclica In eminenti apostolatus con la prima pronuncia di scomunica degli aderenti alle società segrete.
Pochi anni dopo, nel 1751, anche papa Benedetto XIV reiterò la condanna con una bolla papale, la Providas romanorum, anche alla luce di nuovi approfondimenti che evidenziavano la promozione di ideali liberali di carattere rivoluzionario, in sintonia con le correnti illuministiche che proprio nelle logge massoniche trovarono terreno fertile e un luogo opportuno dove maturare e diffondersi.
Di capitale importanza, alla luce di quanto accaduto nel frattempo sul piano storico politico, fu l’enciclica Etsi multa luctuosa emanata da papa Pio IX nel 1873, dove si accusa la Massoneria di ordire trame per instaurare un nuovo ordine sociale scristianizzato e di agire segretamente in tale direzione soprattutto con la diffusione di ideali opposti a quelli della Chiesa. In tale enciclica, il papa dimostra con la semplice, proverbiale definizione della Massoneria come “Sinagoga di Satana” di aver la piena coscienza non solo della recentissima nascita del B’nai B’rith, ovvero una sorta di ramo ebraico della Massoneria fondato a New York e rapidamente diffuso presso tutte le comunità ebraiche della diaspora, ma soprattutto del notevole peso che aveva assunto in quel contesto la Cabala Ebraica, con tutti i suoi simbolismi e i riti connessi, nonché certi accenti talmudici e soprattutto una lettura non cristica e, semmai, di segno gnostico della Bibbia. Mi permetto qui di sottolineare che Pio IX è anche il papa del dogma dell’infallibilità papale e credo profondamente che in quella definizione, pronunciata in un documento importante come un’enciclica ai vescovi, egli ne abbia dato un esempio fulgido.
Pochi anni dopo, il successore di Pio IX, papa Leone XIII, pubblicò il documento più esplicito, un vero e proprio caposaldo in materia, di condanna alla Massoneria: l’enciclica Humanum genus del 1884, nella quale si dimostra una ormai piena conoscenza delle dottrine e delle pratiche dei liberi muratori. In essa si condanna soprattutto il relativismo etico e filosofico, il naturalismo con anche la sua inevitabile deriva verso il panteismo, l’ideale della sovranità popolare e della laicità dello Stato intese come slegate dal principio paolino non est enim potestas nisi a Deo (Rm 13, 1) e quindi non ordinate al Bene sommo, come invece dovrebbero essere nell’impostazione giusnaturalista di quella tradizione tomista che, non a caso, proprio Leone XIII propose in quegli anni difficili, seguiti alla fine dello Stato Pontificio, come dottrina sicura per il rinnovamento della Chiesa di tutti i tempi. Gli anni di Leone XIII – che dedicò anche altri documenti allo stesso problema, come per esempio l’Esortazione Apostolica Annum ingressi del 1902 – furono connotati da un particolare zelo antimassonico in seno alla Chiesa, sia nel clero che tra i laici, in particolar modo in Francia e nel neocostituito Regno d’Italia, nel quale i massoni occupavano molti posti di Governo mentre i cattolici erano esclusi dalla vita politica, anche in ragione del Non expedit di Pio IX nel quale si comandava di non partecipare attivamente alla vita istituzionale in un contesto marcatamente ostile alla fede cattolica e alla Chiesa. Da questo zelo antimassonico scaturì anche l’unico, almeno finora, Congresso Mondiale Antimassonico. Esso ebbe luogo a Trento, la città del famoso Concilio del XVI secolo, nel mese di settembre del 1896, e rappresentò forse il colpo di coda di tanto impegno, anche perché in Francia esplose il ben noto caso dell’impostore Léo Taxil e lo stesso pontefice, che lo aveva accolto in udienza nel 1887, rischio di subirne discredito. Da quel momento il linguaggio della Chiesa sulla Massoneria si concentrò sui contenuti, parlando in generale senza riferimenti diretti, proprio per evitare che le proprie osservazioni dottrinali, sempre precise, venissero ridotte al rango delle mistificazioni di Taxil sulle pratiche interne alla Massoneria a cui tanti avevano creduto.
Cionondimeno il successore, san Pio X, ebbe modo di toccare a sua volta l’argomento con fermezza, nella Lettera alla Francia (1907) e nella Lettera all’episcopato francese(1910) dove con forza si ribadiva la contrarietà al tipo di laicità imposto alla società francese dalla legge del 1905 e si tornava a far menzione degli errori dottrinali incompatibili con la sana dottrina cristiana cattolica. Il corpus degli errori di tipo teologico e filosofico di quell’epoca, non solo quelli propriamente massonici, fu riassunto sotto il termine di modernismo e fu oggetto della condanna espressa nella famosa enciclica Pascendi dominici gregis (1907).
Ad abundantiam, anche Benedetto XV, successore di san Pio X, si occupò del problema e fece introdurre nella nuova edizione del Codice di Diritto Canonico, da lui emanata nel 1917, l’esplicita condanna a mezzo di scomunica per gli iscritti alla Massoneria e alle analoghe sette segrete.
Con gli anni seguenti al Concilio Vaticano II iniziò in Germania un dialogo tra episcopato tedesco e Massoneria, sull’onda della nuova moda dell’ecumenismo a ogni costo. Quando papa Giovanni Paolo II emanò la nuova edizione del Codice di Diritto Canonico, balzò agli occhi l’assenza della menzione esplicita della scomunica ai massoni e subito i vescovi tedeschi si attivarono per sapere se essa fosse da considerare decaduta. Fu incaricato della risposta l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina e la Fede, cardinale Joseph Ratzinger – futuro papa Benedetto XVI – che scrisse una “Dichiarazione sulla MassoneriaQuaesitum est” (26 novembre1983) nella quale viene tolto ogni possibile dubbio in maniera definitiva, con lo stile essenziale, nitido come l’aria del mattino ed affilato come un rasoio che era proprio del grande teologo bavarese:
“Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione.”
Anche per tale atto, l’odio massonico si riversò per tutta la vita su Joseph Ratzinger, a cui furono attribuiti i soprannomi di Panzerkardinale di Pastore tedesco, con volgare riferimento al cane di quella razza. Un odio furibondo che esplose soprattutto dopo l’elezione al Soglio Pontificio come Benedetto XVI e che accompagnò ogni suo singolo atto magisteriale, discorso pubblico o gesto pastorale, fino agli anni del ritiro in preghiera e perfino dopo la morte avvenuta il 31 dicembre 2022.