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Pensiero e Idee 30-04-2024

CIVIL WAR: film distopico o profetico?

Sono andato a vedere la pellicola del regista Alex Garland perché so che il cinema è uno dei principali strumenti della propaganda USA e il tema era decisamente "sensibile se inquadrato in quest'ottica. Ne scrivo la mia personale recensione.

 

 

Attirato dalla promozione che ne facevano alcuni canali informativi, canali che tengo per abitudine sotto controllo per rilevare i segnali della propaganda globalista "made in USA", ho deciso di recarmi a vedere il film intitolato "Civil War".

Per esperienza so che il cinema è spesso anticipatore di quello che l'élite globalista minaccia di imporre, o imporrà, nel giro di 10-20 anni e, per capire a cosa mi riferisco, basta ripensare a certi filoni cinematografici degli ultimi 30 anni (manipolazioni genetiche, clonazioni, oppure epidemie scaturite in laboratorio, per non parlare di stili di vita e abiti morali) che hanno normalizzato preventivamente quello che prima era impensabile e poi è diventato plausibile o addirittura concreto, secondo il più classico metodo della Finestra di Overton.

Per questo motivo ho ritenuto che valesse la pena di passare una serata al più vicino Multisala, con la porzione piccola - la media è quasi un secchio, la grande mi basterebbe per una settimana - di popcorn da sgranocchiare: un film che ha come tema una ipotetica guerra civile negli USA, ambientata in un futuro ipotetico, ma molto prossimo, era imprescindibile per un politologo come me.

Dico subito che la trama è alquanto scarna e, forse, è solo un pretesto per far vedere altro: si tratta della vicenda di un ristretto gruppo di tre fotoreporter di guerra, a cui si associa una giovane principiante, che attraversano gli USA per recarsi a Washington con lo scopo di strappare un intervista al Presidente, magari l'ultima prima che venga catturato e ammazzato dai ribelli di una fantomatica coalizione tra Texas e California, con il sostegno esterno della Florida che si percepisce di sfuggita solo da un notiziario. Nonostante gli incidenti di percorso e i combattimenti, questa trama si svolge lineare e in modo abbastanza scontato, compresi i colpi di scena che sono comunque prevedibili, verso un finale già scritto che vede culminare la guerra civile con la presa di Washington, l'assalto ai luoghi simbolo del potere e della nazione USA e infine l'uccisione senza processo del Presidente da parte dei ribelli, dentro la Casa Bianca, in presenza del giornalista sopravvissuto e della giovane fotografa, divenuta nel frattempo adulta, in questo percorso di maturazione accelerata determinato dalle violenze e dalle esperienze traumatiche della guerra, che la porta a prendere il posto della sua eroina, l'altra fotoreporter del gruppo. La trama è tutta qua, più o meno, ma voglio far capire che non è la trama ciò che conta di questo film, né ciò che veramente il regista Alex Garland vuole comunicare al pubblico, secondo il mio punto di vista.

Quello che conta davvero in questo film è lo sfondo, cioè quello che accade attorno ai soggetti della trama che, a questo punto, oserei definire apparente. Il film ha come vero scopo quello di raccontare una società americana divisa, fino al punto da non essere più una società e di cadere in una guerra civile violenta, nichilista, totale. In questo senso, la scena più emblematica e terrificante è quella conseguente a un blocco subito dai giornalisti lungo la strada, da dei paramilitari che non si capisce nemmeno da che parte stiano, dediti a una violenza cieca e omicida, priva di qualsiasi umanità, che si rivela anche nel surreale interrogatorio sull'identità dei bloccati: "di dove siete?" era la domanda, e dalla risposta dipendeva la sopravvivenza, ma all'affermazione "sono americano come voi" di uno dei giornalisti arrivava la risposta: "americano? Dipende che americano..." e si capisce che ormai l'Unione tra i 50 Stati era cosa dimenticata e cassata, con il prevalere di un odio assassino degli uni verso gli altri. Le notizie sulla guerra e sulle sue ragioni sono minime, qualcosa si percepisce da qualche notiziario in sottofondo (per esempio: il Presidente era al terzo mandato, cosa non più possibile dopo i quattro di F. D. Roosvelt, percui si può dedurre uno strappo istituzionale causato da profonde divergenze), il malessere diffuso in cui le divisioni erano maturate e fermentate si percepisce da alcune scritte sui muri, da alcuni cartelli stradali come quello - vero - della foto che correda questo articolo. L'odio che anima i combattenti, da qualunque parte essi stiano, è cieco e violentissimo (e nel film non ci si sofferma su appartenenze o ragioni, o non si spiega, e comunque l'interesse è per mostrare, non per valutare), non c'è altro desiderio che annientare il nemico perché non c'è più alcuna ragione in comune, nemmeno il senso di umanità.

E questo forse è l'elemento più importante, non so fino a che punto voluto da Alex Garland: una società fondata sul contratto sociale presuppone il comune interesse a farne parte, ma è sempre basata su elementi materiali. Se viene meno l'utilità, l'altro è solo un estraneo, un concorrente per le risorse o addirittura un nemico. La differenza fra società e comunità è tutta qui, ma è fondamentale: la prima, quella prodotta dal razionalismo illuminista, è una costruzione artificiale che ha valore fino a quando dà agli associati almeno il minimo per cui vivere, ma non risponde al bisogno di senso e, se viene meno l'utilità, o se prevale una fazione che nega le ragioni di senso a un'altra componente, il contratto sociale è destinato a venire meno; la seconda è invece un fatto naturale, non un contratto, ed è tale solo se è fondata su un'appartenenza che prescinde e previene il fatto economico, o il bisogno di sicurezza. Essa si concretizza nella condivisione di valori, usi, costumi, lingua, memoria, fede religiosa, mentalità, tradizioni, cultura, e costituisce l'allargamento della famiglia; possono esserci conflitti anche tremendi, ma non si disconosce mai all'altro la dignità di essere umano e il diritto a vivere e ad accedere alle risorse essenziali che, per quanto scarse, sono comunque comuni. La prima è legata al concetto di Stato come entità assoluta, la seconda al concetto di Repubblica dove lo Stato è solo l'insieme delle istituzioni per governarla.

La sensazione che emana il film, desunta anche da altri segnali provenienti dagli USA, è che ormai la "nazione statunitense" sia tenuta insieme solo da feticci come la bandiera (anche la coalizione ribelle la usa, con solo due stelle al posto delle 50) o l'inno suonato e cantato in tutti gli eventi sportivi e pubblici, da miti fondativi come la Festa del Ringraziamento o dalla retorica del sacrificio delle forze armate impegnate a difendere la libertà. Libertà che ormai è solo una statua all'ingresso del porto di New York e che, come valore, viene confusa con il libertinismo sessantottino del "vietato vietare" e del "volere è potere". Gli abitanti degli Stati rurali dell'interno odiano quelli degli Stati costieri che vivono nelle megalopoli e viceversa, in una guerra civile che verrà infine, forse, combattuta con le armi dopo aver finito la disputa fra Bibbie protestanti e boa di struzzo arcobaleno.

Il 2024 è un anno cruciale che culminerà con le elezioni presidenziali. Mai gli USA furono più divisi, la situazione di 4 anni fa è peggiorata e la parola "secessione" è già tornata ad affiorare nel dibattito pubblico. Non solo in Texas e in California, peraltro su posizioni opposte di cui ciascuno Stato rappresenta l'estremizzazione, ma in almeno metà dei 50 Stati dell'Unione. Del film va detto che la splendida fotografia e gli effetti speciali prevalgono di molto sui contenuti espliciti, ma se uno si sforza di accendere il cervello e spremere le meningi, mentre sgranocchia un popcorn alla volta, alla fine può considerare tempo e biglietto spesi abbastanza bene.

 

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